tete à tete: Munch-Schiele

munch schieleQuando il teatro incrocia la pittura e l’arte fa invasione di campo.

Da Sargentini succede di tutto, anche il corpo nudo si tramuta in pittura e la voce  in racconto.

 

La storia della Galleria l’Attico in via Beccaria, la conosciamo bene. Correva l’anno 1969 e Kounellis scioccò il pubblico con i suoi 12 cavalli. Sono passati più di 40 anni e lo spirito provocatorio della galleria è rimasto lo stesso. Anzi si rinnova. Stavolta siamo in via del Paradiso, proprio accanto la cupola di Sant’Andrea della Valle. Nella nuova sede, spazio di sperimentazioni, di performance, esposizioni e spettacoli di danza si susseguono le attività teatrali, già avviate dal 2003 insieme a Elsa Agalbato, che puntualmente riescono a spiazzare gli astanti con abile gioco di luci, magistrale recitazione e il prezioso set.

Fino al 18 maggio si recita a soggetto. Due pittori a confronto: il provocante tete à tete tra Schiele e Munch, interpretato da Rigillo Ninchi e Censi, è assicurato.

Le due brevi pièce, di 15 minuti ciascuna, ripercorrono con un plot da teatro dell’assurdo, la vita e la pittura dei due artisti espressionisti. Si parte con un pezzo su Munch, Quando dipinsi l’Urlo, già rappresentato qualche anno fa.

Buio. Si apre il sipario. Nello sfondo è l’Urlo, stilizzato a parete che come fauce pantagruelica respira affannosamente, sputa fuori e risucchia il pittore stesso. Sdraiato, l’attore (ha accanto una tetra figura di donna, la morte) racconta i suoi tormenti, la divorante malattia, l’espressione nella ricerca di vita nell’arte, tutto è reso attraverso le drammatiche parole (ricavate dai diari) di quando Munch dipinse l’Urlo. Come una maschera scheletrica, oscura incarnazione di forze misteriose e spaventevoli, il pittore norvegese, dallo stile tagliente e angoloso, interpretato da Ruben Rigillo è un’orrida figura dagli occhi sbarrati e il viso esangue.

“Camminavo lungo la strada(…) e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco, tremavo di paura e sentivo che un grande URLO pervadeva la natura “

Con quest’opera, trafugata nel 2004, Munch irrompe sulla scena pittorica europea con una violenza tale da destare scalpore per le laceranti contraddizioni del contesto politico e intellettuale della Belle Epoque.  E il grido è l’immagine disperante di questa crisi, è l’urlo di chi si è perso, dello spleen, del tragico incombere della morte.

Buio. Applausi.

Si riapre il sipario. Una prigione: da dietro le inferriate un corpo maschile è scaraventato per terra verso di noi. Il secondino scompare. L’attore è solo e nudo. Senza speranza, inizia il racconto, e le mura tristi della sua cella si trasformano in quadri. Compaiono uno dopo l’altro i celebri, scandalosi, autoritratti, proiettati a parete prendono corpo sul corpo dell’attore Pino Censi, che qui interpreta un pezzo su Egon Schiele, Vive morendo ogni cosa.

Poi. Si apre la cella. Un altro corpo, lanciato sul pavimento. È la ragazza taciturna, una delle modelle per cui Schiele finisce in carcere con una denuncia per corruzione di minori. Il tribunale stabilisce che l’accusa è falsa, il pittore austriaco innocente. La sua vita però non è irreprensibile, conduce uno strano stile di vita (fa posare giovani donne nude) così la pubblica accusa alla fine lo incarcera comunque perché le sue illustrazioni pornografiche sono troppo facilmente accessibili.

Di Schiele che viene chiamato alle armi allo scoppio della I guerra mondiale, sappiamo che durante la quale continua a lavorare assiduamente. Negli ultimi mesi del conflitto si sparge un’epidemia di febbre spagnola che porta via la moglie e dopo tre giorni anche lui. Egon ha 28 anni.

In scena, una ragazza passa in rassegna l’ultimo nudo di donna. Un uomo di spalle, dirige l’asta. Fior di quattrini. 1, e 2 e 3.Venduto

Buio. Applausi.

Tutto è industria, mercato. Anche il dolore, anche l’arte.

Buio.

OGGI ONLINE SU EXIBART

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POP ANDY!

ANDY2L’eroe dell’Autunno Americano ancora in mostra. A Roma, dopo Milano, il successo continua con la stessa energia, a Palazzo Cipolla.

150 opere raccontano Andy Warhol e la sua visione attraverso un tuffo nell’America degli anni rock e dei Velvet Underground,  i celebri oggetti e i quadri simbolo dell’artista che l’amico e poi suo collezionista, Peter Brant, ha raccolto.

La curatela è prestigiosa, di Francesco Bonami; presente all’anteprima anche la neo- Presidente della Fondazione Brant, la figlia Allison, che abbiamo intervistato.

“In che occasione suo padre ha conosciuto Andy?”

“Peter Brant, mio padre, lo ha conosciuto quando Warhol viveva ancora negli slums, era già abbastanza noto, ma non apprezzato.”

Si parla del 1967. Andy Warhol, il celebre artista della “celebrity”  non andava del tutto a ruba!

Brant, interessato alla Pop Art, a Roy Lichtenstein e a Andy Warhol, va da Leo Castelli, il quale gli parla di “questo tipo che vive sulla Quinta Avenue, con una shot Marylin” . Un anno dopo, sparano anche a Warhol, è durante la convalescenza che Brant lo conosce. Quando già la sua arte subisce una trasformazione e la morte sarà sempre più presente nelle sue opere.

“Allison, suo padre ha raccolto questa straordinaria serie di Warhol seguendo le opere dappertutto, ci racconta come è successo?

“Premetto che non ci siamo fermati, ma quelle che oggi vedete a Roma sono finite tutte appese sulle pareti dell’appartamento allo United Nations Plaza, e poi nel Connecticut, alla fine degli anni 70, ma hanno fatto un lungo giro per finire lì .. un viaggio in Africa, per esempio, per comprare “30 are better than one” da una collezionista della Rhodesia”.

Warhol in Africa! Certo,  non era un artista tipico, nell’ambiente artistico di New York non piaceva.

La grande mela, aveva ancora gli occhi imbevuti di Pollock, incuriosita da J. Johns  o Rauschenberg, perciò  forse, si può dire che  Andy  lo scopre Peter Brant!

Il percorso in mostra è la storia di un collezionismo appassionato su una figura delle più controverse del mondo dell’arte.

Andy è un ragazzetto timido  che ama i fumetti, vive ai margini della sopravvivenza alla morte del padre. Dopo un corso di disegno investe tutto in un viaggio a NY. Presto ricercato dalle più famose riviste, la grande metropoli cambierà il suo destino.

Nelle sale di Palazzo Cipolla, una delle sedi della Fondazione Roma Museo promotrice insieme a Arthemisia Group, della bella iniziativa,  l’itinerario espositivo debutta con le scarpette e alcuni esempi di Blotted line. Warhol,commercial artist, rinuncia all’originale per la copia meccanica. Non è interessato se non alla fine del suo percorso alla storia dell’arte (c’è in mostra una grande serigrafia dell’Ultima Cena) Cosa ne avrebbe fatto, se non fosse morto, dopo aver celebrato, a Milano, la grande star della storia dell’arte, Leonardo?

Chissà, forse avrebbe nuovamente sconvolto le linee di tendenza artistiche, ma è nelle intenzioni primigenie della Pop Art, che nasce alla fine degli anni ’50, nelle città britanniche e americane, essere un’ arte popolare, la cui attenzione si rivolge su oggetti qualsiasi, prodotti  da supermercato consumati quotidianamente, cibi in scatola, bibite nonché fumetti, slogan…attori famosi, donne celebri.E non l’arte classica.

Oggetti di consumo, off topic, fuori dal loro contesto abituale, per lo più isolati e sovradimensionati, diventano attori dell’opera atti a fare ironia sulla ripetitività della cultura di massa.

Piuttosto che farne oggetto di denuncia sociale, di un’America ormai decadente, Warhol, in anticipo sui tempi, ne adotta la Reproduzierbarkeit, e gioca, sul filo del rasoio, con concetti tradizionali – quali, creatività e genialità, valore eterno e mistero.

Condotti dal seducente sottofondo musicale, Exibart consiglia di fare una visita di Sunday Morning per scoprire quello che siamo diventati, noi, mondo della società di massa, che Warhol sa  prevedere e di cui ne intercetta potenzialità, vantaggi insieme a drammi e perdita di senso.

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FRIDA FOR EVER

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9 MAGGIO FINISSAGE AL GHETTO

ALBANESE VOTA ANTONIO

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Ancora qualche giorno per fare un salto alla Ermanno Tedeschi Gallery, una galleria  internazionale che nella sede di Roma ripropone 6 artisti per il suo SPRING SHOW.

Il percorso si inaugura con “l’arte sacra” di Giovanni Albanese. Non ha paura del fuoco Giovanni Albanese e ci scherza, illuminando un candelabro che ricorda archetipi d’ebraismo votivo. Come custode di antichi riti accende candele o lampadine ma in realtà è innovativo il suo operato e si incentra nell’ambito della ricerca d’avanguardia il suo linguaggio. Nella Galleria di Ermanno tuttavia Albanese richiama con ironia anche prassi di buona politica napoletana e realizza “Vota Antonio”  con un vecchio megafono dove rimbomba  palese il suo voto popolare.

MAGNANI BOSCOL’itinerario continua con Magnani Olivia che ci regala un bouquet di Primavera. Olivia, nipote della celebre attrice, presenta alcuni pastelli su carta lucida  e leggera, fruscianti al tocco dove traspaiono fiori impalpabili  e delicati . Il suo “Bosco” fiorisce di rosa e “impollina come ape invisibile” (F.Bologna) Immersa nella primavera dei sui colori, ci fa dono di due danzanti fogli fioriti, bouquet che si lanciano di mano in mano e si respirano.

Nel rielaborare  magistralmente materiale d’uso quotidiano Moshe Gordon che manipola la storia di pagine e diari affianca Cristiano Petrucci che illumina palline da ping pong con gesto ironico e creativo, mentre Nicola Bolaffi spennella “Presagi” e articola “Segni danzanti”. Per ultimo, Dan Rec  e l’urban style, New York e la sua gente.

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C’è  forse Hopper dietro le immagini di Dan? Chissà ma di certo non il suo silenzio o il sentimento di solitudine e di sogno infranto americano  piuttosto i rumori delle strade, le azioni quotidiane, il clacson assordante. C’è gente che aspetta un taxi,o un postino in bicicletta: gesti di epopea cittadina e immagini trasfigurate in pennellate che riconducono a una New York indietro nel tempo, dove l’artista inquadra con il colore dettagli sfuggiti al normale tran tran.

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Murales dentro a un museo… è successo a New York!

althamer paulNel mese di Aprile, all’interno di un festival dedicato alle arti, il New Museum di New York apre le porte a passanti e pittori di murales. È Pawel Althamer, artista polacco a lanciare l’idea e il museo, che accoglie l’insolita richiesta,  mette a disposizione ambienti e pareti bianche da imbrattare. E’ permesso di tutto:disegni, schizzi, pitture.

L’iniziativa prende la forma di una performance e per la felicità dei visitatori che piuttosto di stare davanti a un quadro, stavolta interagiscono fino a essere protagonisti e persino artisti.

E se succedesse anche qui a Roma?  Che per una volta l’arte fosse  davvero libera e viva, fruibile e contemporanea? Pensate a una sala vuota del MAXXI o della Gnam…e sognate!

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VISITA GUIDATA ALLA MOSTRA ALMA TADEMA E I PITTORI INGLESI DELL’800

articolo pubblicato domenica 13 aprile 2014 Exibart

Quando l’Italia era meta del Grand Tour. Cinquanta opere che mostrano quanto la cultura classica abbia influenzato i pre-raffaelliti e non solo

Alma Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888, Messico, Collezione Pérez Simón © Studio Sebert Photographes

C’è un’altra Ofelia tra i pittori inglesi dell’800 ma non è la tela dipinta da Millais e neppure si tratta di Lizzie Siddal,  la moglie di D.G.Rossetti.
È una anonima figura che emerge dal fondo acqueo de Il mare incantato di Henry Payne, 1899.
Al secondo piano del percorso espositivo della ammiratissima mostra al Chiostro del Bramante, tra i dettagli di un olio su tela, alcune figure di belle donne appaiono distese nella corrente e sollevano la testa trascinate via dalle acque (G. Meredith, Rosatura di Shagpat).
Sono le donne  protagoniste. Angelicate o femmes fatales, presenze antiche come Antigone o Agrippina, donne come fiori, donne nella loro pura nudità o riccamente abbigliate, figure femminili che arrivano dall’Oriente o più vicine, avvolte nei pepli dell’antica Grecia.
Molte sono le prove indiscutibili del fascino che la nostra terra esercitava sugli inglesi, in realtà già dalla fine del ‘700.
Tuttavia, oltre la fascinazione, come è possibile che il belga Alma Tadema e la scuola inglese,  rivalutata solo da qualche tempo (Webber, Perez Simon) abbiano a che fare con l’Italia? Come si spiega questo legame?
I pittori dell’800 inglese hanno desunto idee forme e colori dai maestri italiani del 3-400 (Giotto, Botticelli) dal Rinascimento (Raffaello, Luini, Tiziano, Veronese, Tintoretto) e ancora dal 600.
Questa attenzione si fonda sull’eredità del Gran Tour ma soprattutto per l’apertura, nel 1824, della pinacoteca pubblica nel cuore di Londra: la National Gallery, dove appunto si potevano ammirare le collezioni di arte italiana.
Poco oltre, nel 1848 Rossetti, Hunt e Millais fondano la PRB, Pre Raphaelites Brotherhood, una confraternita ispirata alla poesia e arte italiana.
Pensiamo, inoltre che lo studioso e traduttore dell’Alighieri, D.G. Rossetti (che in Italia, però, non c’è mai stato) era così invaghito del  padre della lingua italiana, da assumerne il  nome, tutto il resto non ci sorprenderà, perché esiste un lungo e acclarato legame tra la patria di Shakespeare e quella di Dante.
È attraverso Rossetti, ammiratore degli scritti di W. Blake che avviene il passaggio al Movimento Estetico: la donna angelicata cede il passo all’eterno femminino.
La donna angelo di Leighton: Crenaia, la ninfa, sta accanto alla possanza michelangiolesca di Antigone, o alle spigolosità, quasi germaniche, della donna protagonista di Filtro d’amore di Waterhouse .
Tuttavia non c’è solo il mito italiano, esiste anche la Grecia classica per Tadema e gli inglesi, e l’Oriente fascinoso oltre che la Roma antica.
Al Chiostro del Bramante si può ammirare anche una meravigliosa Bellezza classica di Godward. Molte le tele di Tadema che risvegliano in noi quelle forme di archetipo basate su modelli greci ben radicati.
Sorprendente della mostra è  anche l’allestimento a cura dell’architetto Roberto Bua.
Il percorso espositivo segue un andamento coloristico e floreale: i fiori dialogano con i poeti e gli scrittori, in un rimando tutto basato sul fil rouge della mostra; ancora le donne.
Nell’ultima sala si ha il privilegio di godere dal vivo il grande dipinto Le rose di Eliogabalo di Alma Tadema che conclude l’itinerario.
Ripercorrendo in un colpo d’occhio, à rebours tutte le sale ci si accorge di essere circondate da donne, occhi, cromie intense, luce sfolgorante e fiori, paesaggi ameni e aromi intensi, in una parola, da tutto ciò che rappresenta il Bello.
“È difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo”.
                                                                                                                                                        Anna de Fazio Siciliano
APPUNTAMENTO DAVANTI IL CHIOSTRO DEL BRAMANTE, GIOIELLO RINASCIMEMTALE, ALLE 17,30
PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA SU MAIL O CELL.3491505237
COSTO DELLA VISITA 7 EURO
BIGLIETTO D’INGRESSO 13,00 OPPURE 11,00 RIDOTTO

 

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L’ORIZZONTE DI EMANUELA FIORELLI

Artista, filatrice, novella Penelope, Fiorelli costruisce la trama dell’orizzonte attraverso fili elastici e serigrafie murali.Fiorelli durante il montaggio di _L'orizzonte degli eventi_Seguendo il filo di Fiorelli dove tutto, come un vecchio dagherrotipo, si dipana in bianco e nero, emerge, a un tratto, un fil rouge.  Dopo una serie di sculture a parete , rigorose e severe sbuca un filo rosso. La sottile scultura si chiama “Espansione rossa per Anna”, un gentile omaggio alla gallerista  che la ospita, Anna Marra. Ma non c’è solo un filo rosso a sconvolgere il linguaggio consueto di Emanuela, perché dietro le maglie dell’opera s’intravede anche una fotografia, quella della stessa Galleria.E. FIORELLI Espansione rossa per Anna

 

E. FIORELLI Espansione rossa per AnnaE. FIORELLI Espansione rossa per Anna

È questo e non solo il lavoro, elegante e raffinato, della Fiorelli, che attratta da fenomeni fisici, intitola la sua esposizione “L’orizzonte degli eventi”, mettendosi in connessione con la fisica e le sue forze gravitazionali dei buchi neri. Si, perché è questa l’operazione che compie la scultrice, scovare se c’è o no un punto di ritorno; tira i fili, perciò, allargando il campo visuale e fisico da una sala all’altra. L’opera ha dimensioni ambientali, non rappresentabili in centimetri, ma occupa lo spazio, senza chiedere il permesso!Ci fa pensare a certa arte degli anni 70 e il suo modo di aderire e costruire lo spazio attraverso una produzione che assomigliava a strutture architettoniche. Il metodo è quello dell’architetto, ma questa volta l’opera non è smontabile, modellabile, la ragnatela è immobile, resta tesa. L’installazione site-specific che dà il nome alla mostra s’inserisce nel filone dell’arte contemporanea che dall’inizio del XX secolo interessa la dimensione ambientale. Lì, lo spazio fisico è qualificato dagli artisti attraverso interventi di varia natura: dipinti o sculture, uso di luci o colori. La partecipazione del pubblico è a volte richiesta. Qui, attraverso gli occhi e le sensazioni,  l’intercapedine che si forma tra la trama e l’ordito della scultura, non lascia presagire un passaggio, ma è solo permesso uno sguardo fugace. “Il contrasto bianco- nero, la distorsione della prospettiva costruiscono una inconsueta interpretazione dello spazio” come ci racconta il curatore, Lorenzo Respi. E non si tratta di una scultura architettonica che prende spessore, massa, si assottiglia piuttosto, cancella le architetture e ingentilisce le pareti che così vacillano. Sembrano a volte, cattedrali cadute, queste trame di tarlatana in prospettiva. I punti, non sempre s’intrecciano nel telaio, alcuni saltano fuori. Yves Klein, s’immergeva nello spazio stesso per dipingere lo spazio. Ed Emanuela? Cosa tesse il suo ricamo? Come vede il suo orizzonte?

EMANUELA FIORELLI

L’ORIZZONTE DEGLI EVENTI

2 Aprile – 24 maggio 2014

Galleria Anna Marra Contemporanea

Via sant’angelo in pescheria, 32 – 00186 Roma
ORARI: da martedì a sabato, dalle ore 15.30 alle 19.30
su appuntamento
06 97612389 | info@annamarracontemporanea.it

 

 

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A Pasquetta visita a Palazzo Barberini!

Per chi vuole fuggire dai bagordi della pasquetta romana o raggiungerci nel tardo pomeriggio, faremo una visita speciale e scopriremo i capolavori di Palazzo Barberini. Sontuosa residenza del papa Urbano VIII, scrigno architettonico edificato dai più grandi architetti del tempo: Bernini e Borromini. I due gusti si incrociano sulle loro maestose scalinate, che danno l’ accesso a una raccolta di opere che va dal 200 al 700. Si incontreranno opere e curiosità dei massimi artisti come l’amata di Raffaello di nome Margherita Luti o meglio nota come la  Fornarina e la curiosa storia dell’anello. E anche la Vestale Claudia Quinta, importantissima opera del Garofalo che dall’antichità romana fino al Rinascimento ci racconta la storia stranamente fortunata di questa sacerdotessa di Vesta. Fino ad arrivare alla sala di Caravaggio con Giuditta e Oloferne, per poi  ritrovarci nel Gran salone con la Gloria di Pietro da Cortona e le api  Barberini. Ma l’itinerario non finisce qui. Scopriremo misteriose sanguigne sui muri antichi, il gioco natura architettura nella sala delle Colonne dove un’ eco di acque richiamerà il nostro senso della vita legata alla bellezza del  paesaggio e dell’arte che questo Palazzo ospita.

Appuntamento lunedì di pasquetta, ore 17 all’ingresso

Biglietto d’ingresso gratuito

Visita guidata 7 euro

Prenotazione obbligatoria al 3491505237

(max 15 pax)

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IMPRESSIONI D’ABRUZZO. Pittori danesi “immersi nello spirito silvestre”

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Un rifugio segreto tra le montagne. La regione più verde d’Italia racconta la sua storia attraverso le opere degli artisti del nord

pubblicato lunedì 2 giugno 2014

L’Abruzzo non è terra barbara, infestata da predoni, inaccessibile e selvatica. Non è solo il centro di un doloroso ricordo, è anche la terra natia di D’Annunzio, di Croce, Flaiano, Sallustio. Regione  di grandi parchi, è la più verde d’Europa con le sue vaste aree protette. Poi scopriamo che, dal 1883 al 1915, è stato persino luogo eletto dai pittori danesi, che in fuga dal loro paese,”cercavano, trovandola qui, l’Arcadia”

 

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Refusés, come gli Impressionisti francesi, dai Salons ufficiali, danno vita a un movimento che costituisce prima del tragico sisma, l’età dorata di quest’angolo d’Abruzzo e della pittura baciata dalla sua luce.
Lontani dagli schemi tradizionali, fuori dalle regole accademiche maturano l’esigenza di dipingere all’aria libera e questa terra si offre quanto mai adatta alle loro nuove attitudini.
È lo stesso universo contadino, visitato da Silone in Fontamara, che a volte, in questi lavori,  traspare immutabile nel tempo: luoghi reconditi, paesaggi incontaminati, monti e strade lastricate, gente semplice: pastori, donne portatrici d’acqua, ragazzi di vita.
Avendo a mente questo microcosmo campestre dove le ingiustizie e le calamità naturali subite a volte passivamente, dove non esisteva alcun tentativo di rivalsa, Marco Nocca, James Schwarten, Antonio Bini, Manfredo Ferrante, realizzano una mostra che ha il sapore di un grande evento accompagnato a una speranza: riflettere su Civita e la sua storia per l’occasione del centenario del sisma del 13 gennaio 1915.
Civita riparte da qui. Civita come itinerario arcadico, punto focale per intellettuali e artisti, milieu per ricostruire nuove premesse anche turistiche.
Civita, ovvero l’antica Antinum dei romani, è un borgo solitario al centro della valle rovetana che attraversata dal fiume Liri, tenace, conserva tracce evidenti della cinta muraria. Dei suoi silenzi, degli angoli incantati e dalle suggestioni suscitate dal santuario incastonato nella montagna a più di 1200 metri, i pittori delle pianure della Danimarca “immersi nello spirito silvestre” non possono che restarne affascinati.
L’Abruzzo dei danesi è anche il più “sincero” (nelle parole di d’Annunzio) e la loro presenza qui genera una forte componente identitaria autoctona, anticipando, in qualche modo, quella del Vate, la cui ricerca poetica è legata a temi di una primitiva civiltà agro-pastorale.
L’evento della prima Esposizione Internazione di Venezia del 1895 costituisce il primo segnale di successo per la scuola di plein air danese, seguendo le orme tracciate dalla rivoluzione di Rousseau e l’Ecole de Barbizon nella foresta di Fontainebleau.
Qui però, è la bramosia della Grecia a essere rivisitata da Zarthmann come luogo mitico fuori del tempo, dove l’artista, agevolato dalla disponibilità della gente, scopre nelle abitudini quotidiane tratti ellenici. E allora non ci sorprenderanno in mostra le donne portatrici d’acqua simili alle canefore greche che sulla testa in equilibrio grazie al cercine
portano anfore, né il fanciullo con posa da Apollo Sauroctonos di Prassitele che d’un colpo si ferma colpito da un rumore e si apposta per sferrare l’attacco, o l’antro della Sibilla  nonché gli zufoli dei pastori che intonano melodie lontane.
Anche quando Zarthmann si ritira nel suo paese d’origine, resta sempre la Grecia e l’Italia negli occhi, Civita, l’Abruzzo, tanto che a ricordo imperituro di quegli anni felici e produttivi chiamerà la sua residenza a Friederick “Casa d’Antino”.
Anna de Fazio Siciliano
mostra visitata il 28 marzo
Impressionisti Danesi in Abruzzo
Museo H. C.Andersen, via P.S.Mancini, 20
Orari: 9,30- 18,30-  chiuso lunedì
Info:06-3219089

 

 

 

 

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I MIEI “VALORI PLASTICI” su Exibart

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